UN CAMPIONATO SUI GENERIS – 31/03/2008
2-04-08 - categoria Mal di GolIl mondo è sempre meno capace di affrontare la complessità, e perciò tende a semplificarsi la vita col bipolarismo. Ricchi/Poveri, Global/No global, Pdl/Pd, Estate/Inverno; non ci sono più le mezze stagioni, le mezze misure, i colori intermedi. Si va verso un Manicheismo sempre più netto: Bene/Male, e basta così.
“Male” in inglese vuol dire “maschio”. Femmina si dice “female”. Maschio/femmina è un’altra delle bipolarità che governano il nostro mondo. Ed il nostro campionato, che per noi – diciamola tutta –si identifica con il mondo. E allora, se vi va, seguiteci in questo excursus di genere inconsueto.
Nell’attuale serie A ci sono 9 squadre di genere femminile, ed 11 di genere maschile. Un bell’equilibrio, ma solo sulla carta. Sul campo è tutta un’altra storia: in questo momento della stagione, le prime cinque squadre della classifica – mettetevela davanti, se non ve la ricordate – sono di genere femminile: l’Inter(nazionale), la Roma, la Juventus, la Fiorentina e l’Udinese. Segue poi una “zona mista” di 6 squadre, che replica per tre volte consecutive il bipolarismo maschio/femmina: Milan(m.)/Sampdoria(f.), Genoa(m.)/Atalanta(f.), Napoli(m.)/Lazio(f.).
Delle 9 squadre che restano, e che chiudono la classifica, ben 8 sono di genere maschile: il Siena, il Palermo, il Torino, il Parma, il Catania, il Livorno, il Cagliari e l’Empoli.
Mescolata ad esse, al penultimo posto della graduatoria(f.), c’è la sola Reggina, squadra femmina: ed è un bel paradosso, dato il suo rango.
Insomma, nonostante siano inequivocabilmente maschili i vocaboli “campionato”, e “scudetto”, la graduatoria(f.) si esprime inequivocabilmente al femminile.
La Champion’s League invece è femmina, ed è curioso che l’unica squadra del suo stesso sesso rimasta in gara sia la nostra Roma. All’opposto, ma rispettando la stessa regola, gli Europei (o Campionati Europei che dir si voglia) sono (evidentemente) maschi, ma l’unica nazionale di genere maschile che vi prenderà parte è il Portogallo. Le altre sono tutte al femminile, a cominciare dall’Italia.
L’Italia è indubbiamente squadra femmina, e non solo in senso grammaticale. Lo diceva Gioannbrerafucarlo: Gianni Brera, che con quest’espressione indicava una squadra passiva, attendista, sempre sulle sue, pronta però a piazzare il colpo decisivo alla minima distrazione dell’avversario. A portare alla vittoria la femminilissima Italia, tutta furbizia e finti deliqui, sono peraltro gli Azzurri: decisamente maschili, e maschi.
Il femminile scende comunque in campo sempre più spesso. La porta del Livorno è difesa da Amelia, viceportiere della Nazionale; nel machissimo Torino, derivazione di Toro, giocano sia Diana che Rosina: nome, quest’ultimo, già molto noto nel piemontese (la “bella Rosina” fu la moglie morganatica di Vittorio Emanuele II). E non è storia di oggi: in passato ricordiamo il grande Rosetta, terzino della Juventus degli anni 20, e poi Rosa.
Più tardi abbiamo avuto Beatrice (che giocava nella Fiorentina: e dove se no?), e Martina, portiere dell’Inter. All’attacco giocavano invece Libera (prima Atalanta e poi Inter) e Serena: Aldo e bello, però con una vocina esile, che ancora ci accade di sentire, perché adesso fa il commentatore televisivo.
Sempre all’attacco, ma all’estero, nell’Austria, ha giocato a lungo Sara. Insomma, la dialettica maschile/femminile è antica. Dura da sempre, in tutti i campi, compresi quelli di calcio. Ed è unica nel suo genere, coinvolgendo due generi diversissimi, nessuno dei quali è disposto a mollare.
Prendiamo i Mondiali: sono maschili, e altrettanto dicasi dei gironi di qualificazione, dei sedicesimi, degli ottavi e dei quarti. Ma ecco che arriva la riscossa del femminile: perché tali sono le semifinali, e la finale (anzi, le due finali).
Qui però il maschile spera di poter piazzare il suo colpo di coda: per deciderle potrebbero essere necessari i calci di rigore, maschili.
La battaglia tra il maschile e il femminile non si estingue certo sui terreni di gioco. E’ ubiquitaria, e si nasconde sovente nell’uso della lingua(f.), cioè nel linguaggio(m.): i modi di dire non sono mai dei semplici modi di dire, ma nascondono molto di più. Fare una cosa “al meglio” vuol dire farla molto bene: farla “alla meglio” significa invece farla così come viene, in maniera approssimativa.
E ancora: in un’espressione come “il destino dell’uomo” c’è dentro anche la donna, che però non viene nominata. Le professioni, poi, sono tutte al maschile, anche quando dietro di esse si nasconde una donna: l’ingegnere, l’architetto, il ministro. Una vera professione di superiorità: che però è sostantivo di genere femminile.
Per la verita’, negli ultimi tempi hanno preso un certo spazio termini come ministra, avvocata, o chirurga: ma le resistenze alla loro applicazione sono ancora molte.
Vorremmo chiudere con un epigramma, che pone l’accento sui tragici equivoci che l’esclusivo uso del maschile puo’ provocare:
Si’, lo so,
sono un inetto:
ho sposato
un’architetto,
ma scoprii
la prima sera
che l’apostrofo
non c’era.














